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In Congrega, da soli

Immagine tratta dalla serie "Outlander"
Immagine tratta dalla serie "Outlander"

Il filo di Arianna che guida i praticanti di magia può essere descritto come un insieme struggente di desiderio e di malinconia.

La spinta che ci porta ad esplorare le pieghe nascoste tra i piani della realtà, le curiose simmetrie tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, è spesso una nostalgia acuta, e a tratti straziante, per qualcosa che non abbiamo mai veramente vissuto. 

 

Alcuni di noi nascono con la sensazione che ci sia qualcosa verso cui dobbiamo fare ritorno. Non è una consapevolezza razionale, ma piuttosto una serie di indizi nascosti nel nostro corpo: luci tremolanti di danze al crepuscolo tra fiamme e corone di fiori, nei nostri occhi; il battito potente dei tamburi, al centro del petto; una corsa notturna e sfrenata nei boschi, sotto i piedi; un coltello in una mano e, nell’altra, erbe che guariscono; un canto di sirena nel cuore e, sulla punta della lingua, una parola di potere che abbiamo dimenticato.

 

Come i nostri antenati greco-romani, cerchiamo un eterno ritorno a un’età dell’oro che non è mai esistita nel modo in cui noi la immaginiamo, un tempo di comunione con la natura e di libri di incantesimi dalle pagine ingiallite, passati di madre in figlia.

Ok, lo sappiamo: il grimorio di "Streghe" era fichissimo, ma nella realtà il librone polveroso lasciato dalla nonna contiene, al massimo, la ricetta dei cannelloni.
Ok, lo sappiamo: il grimorio di "Streghe" era fichissimo, ma nella realtà il librone polveroso lasciato dalla nonna contiene, al massimo, la ricetta dei cannelloni.

Questa aspirazione perpetua è il fuoco sacro che ci spinge a trasformare noi stessi e le nostre vite in qualcosa che risuoni con i nostri sogni e i nostri valori, la speranza che ci fa rialzare quando la distanza tra il mondo e la società in cui viviamo e quelli in cui vorremmo vivere diventa intollerabile. Allo stesso modo, però, può diventare un sentiero di fuochi fatui, che ci conduce in una palude di illusioni.

 

Quando muoviamo i primi passi su questo cammino, uno dei desideri più grandi è quello di trovare altre persone come noi, di poter accedere a una dimensione di comunità che non sia solo quella pubblica e formale dei luoghi di incontro, delle celebrazioni pubbliche e dei gruppi di studio, ma che si spinga in spazi più intimi e misteriosi. Vogliamo le formule sussurrate nella notte; gli incanti autentici e antichi, passati di mano in mano per arrivare fino a noi; il potere e la complicità di chi condivide un segreto. Vogliamo, spesso, una congrega.

 

Quello che nessuno ci dice è che la congrega che noi desideriamo, in realtà non esiste.

Non esiste un gruppo che ci aspetta, nascosto e separato dalla banalità del mondano, per trasformarci nella persona che avremmo sempre voluto essere, per trasformare il nostro mondo nell’utopia che cerchiamo da tutta la vita. Non esiste il libro vero, con i segreti veri, tramandato da streghe vere, attraverso i secoli e i millenni.

 

Le congreghe esistono, certo, ma solitamente sono molto diverse da come ce le aspettiamo, perché sono formate da persone come noi: persone che vivono lo stesso distacco tra ideale e reale, che sentono il canto nascosto del cuore, ma che nutrono dei dubbi su quali siano i giusti passi per danzare sulle sue note; persone che possono evocare strani demoni e antiche divinità la sera, ma dovranno comunque andare a lavorare, dare da mangiare al cane e accompagnare i figli a scuola il mattino dopo; persone che possono avere grandi rivelazioni, ma continueranno comunque ad arrabbiarsi, a nutrire insicurezze e paure, a soffrire di depressione, a fare errori stupidi e a imprecare quando finisce la carta igienica in bagno. 

Di fronti a certi drammi, non c'è potere del trio che tenga.
Di fronti a certi drammi, non c'è potere del trio che tenga.

Proprio come recita l’affermazione Zen “Se incontri il Buddha per strada, uccidilo”, per poter realmente sperimentare quello che una congrega può darci, dobbiamo prima uccidere l’idea di congrega che si trova nella nostra mente, l’aspettativa infantile e illusoria di un mondo incantato che faccia da scenario per le nostre fantasie. In caso contrario, rischiamo di seguire i fuochi fatui e di affondare con entrambi i piedi nella palude delle illusioni. 

Nel migliore dei casi gireremo in tondo assieme ad altre persone che si trovano nella nostra stessa condizione, cercando di vivere a tutti i costi in un mondo inventato; una parte di noi è consapevole di stare vivendo una finzione, ma nessuno vuole uccidere il sogno, così si va avanti, persi nel gioco del “Io ci credo se ci credi anche tu”, senza mai andare da nessuna parte.

Nel peggiore dei casi troveremo qualche vecchia volpe, o un mitomane autentico, pronto a darci quello di cui abbiamo bisogno per dar corpo alle nostre fantasie, in cambio di denaro, sesso, o anche solo semplice attenzione.

Forza ragazze, abbiamo quasi sbloccato il look "streghe autentiche": ora ci servono solo qualche piuma di corvo e un gatto nero da chiamare "Lilith" (immagine dal film "Dracula di Bram Stoker" )
Forza ragazze, abbiamo quasi sbloccato il look "streghe autentiche": ora ci servono solo qualche piuma di corvo e un gatto nero da chiamare "Lilith" (immagine dal film "Dracula di Bram Stoker" )

Una congrega, per me, è uno spazio di ricerca, di meraviglia e di fiducia. 

Una congrega, al di fuori e al di là di tutti i discorsi relativi alle formalità delle singole tradizioni, è quello che succede quando persone che seguono sentieri che si intrecciano e si toccano tra loro, decidono di unirsi per dare vita a un progetto di esplorazione e di ricerca comune, che può durare pochi mesi o molti anni.

Una congrega è anche il luogo in cui, inevitabilmente, escono allo scoperto le asperità e le ferite che fanno parte del nostro essere umani, e dobbiamo essere ancora più pronti a mostrare maturità, compassione e consapevolezza nei confronti degli altri membri e di noi stessi.

 

Che ci crediate o meno, la maggior parte delle rotture che si verificano all’interno delle congreghe, non sono causate da diatribe esoteriche o dagli attacchi occulti sferrati da entità esterne, ma da banali problemi relazionali. Sono dinamiche che nascono dalle insicurezze, dalla paura di non essere accettati, dall’immaturità di chi non vuole affrontare le proprie ombre e finisce con il proiettarle sugli altri, dalle difficoltà di conciliare la necessità di una leadership con il coinvolgimento e l’ascolto di tutti. A far esplodere le congreghe sono gli stessi problemi che si trovano nell’ufficio dove lavoriamo, nelle nostre famiglie e nelle compagnie degli adolescenti: problemi che sono spesso enfatizzati e resi ancora più aspri dall’infantilismo generato dal bagaglio di illusioni che molti portano con sé.

Nel momento in cui la realtà non ci soddisfa e vogliamo trovare una congrega che sia il luogo dove riversare tutte le nostre aspettative, vendicare le frustrazioni che subiamo nella quotidianità e vivere una vita parallela in cui ci è concesso di essere “altro”, stiamo ponendo le basi della nostra perpetua insoddisfazione.

"No Judith, non possiamo fare l'ennesimo rito a tema norreno, solo perché stai in fissa con Chris Hemsworth!"
"No Judith, non possiamo fare l'ennesimo rito a tema norreno, solo perché stai in fissa con Chris Hemsworth!"

La figura di riferimento che conosciamo (sia essa un insegnante, un/a sacerdote/essa o un praticante più esperto di noi), diventa il nostro potenziale biglietto di accesso a questo mondo illusorio: se ci rifiuta, se non ci invita, se non ci dà quello che vogliamo, sentiamo tutta la rabbia e la frustrazione di chi si sente ingiustamente privato del diritto di concretizzare i propri sogni.

Quella persona, però, è esattamente come noi, e non sta cercando un prescelto al quale dischiudere i misteri di questo mondo, ma semplicemente una persona con cui si trova bene a livello umano, di cui sente di potersi fidare, che sa che nutre interessi comuni a quelli del gruppo a cui andrebbe a unirsi, e a cui potrebbe contribuire in modo positivo.

Quella persona non detiene il potere di avvicinare noi stessi e le nostre vite all’ideale verso il quale aspiriamo: è un potere che resta saldamente nelle mani di ciascuno di noi.

Quella persona è stata nei nostri panni e ha deciso di contribuire a creare la realtà di gruppo che desiderava e che la facesse sentire a casa (con tutte le sfide e la fatica che questo comporta): non ha alcun obbligo morale di fare questo lavoro al posto nostro o di modificare l’abito che, assieme ai propri compagni di strada, si è cucita su misura, solo per assecondare le nostre pretese e le nostre aspettative.

Nessuno è tenuto a realizzare i nostri sogni... Sorpresa!
Nessuno è tenuto a realizzare i nostri sogni... Sorpresa!

La realtà, è che quando entriamo in una congrega, lo facciamo sempre da soli. 

 

Siamo soli nonostante la complicità e la fiducia, nonostante le risate in compagnia e la soddisfazione di un lavoro ben fatto, nonostante la commozione del toccare il sacro e il terrore dell’inaspettato. 

 

Alcune persone pongono il praticare in congrega sul piano opposto al praticare in maniera solitaria, cercando di sostenere la superiorità dell’una o dell’altra scelta, ma questa è una sciocchezza che può sostenere solo chi non ha mai fatto seriamente nessuna delle due cose.

Proprio come accade in una relazione di coppia, la congrega è sana e vitale quando le persone che la compongono mantengono, parallelamente, un percorso e una ricerca individuale che si sovrappongono solo parzialmente al lavoro svolto assieme: ogni persona all’interno di una congrega è, al contempo, anche un praticante solitario. Questo non solo rende la congrega molto più ricca, potendo attingere ai talenti e alle conoscenze specifiche di ciascun individuo, ma mantiene viva la consapevolezza della responsabilità personale.

 

Ci sono esperienze, sia dal punto di vista magico che da quello umano, che possono essere sperimentate solo all’interno di una realtà di gruppo ristretta, protetta e intima, come dovrebbe essere una congrega. Allo stesso tempo, ci sono aspetti della propria maturazione come individui e come praticanti che devono necessariamente essere affrontati in maniera solitaria, momenti in cui anche il membro più impegnato e entusiasta ha bisogno di prendere una pausa e focalizzarsi in maniera più intensa su di sé.

Io stessa, guardando dove mi trovo oggi, devo ringraziare egualmente tutte le persone con cui ho condiviso il cammino, per avere aperto i miei orizzonti, e me stessa, per aver mantenuto la bussola puntata verso la direzione giusta per me.

Ed è proprio quando rinunciamo all’illusione di una famiglia magica che ci porti tutto quello che abbiamo sempre desiderato e accettiamo il fatto di essere soli, che possiamo sentire veramente la magia e il potere del camminare assieme, mano nella mano. 

 

Solo quando accettiamo che questa tensione a un eterno ritorno resterà sempre parzialmente incompiuta, possiamo trovare la strada di casa.

Giulia Turolla, 22/11/2019