· 

"Fanculo tutti", o la sottile arte della Stregoneria

Non ho mai incontrato una strega che non portasse con sé una storia di abbandono.

 

Una storia di confini che si erano fatti troppo stretti, di parole che erano diventate labirinti e gabbie del pensiero, di consuetudini e aspettative che si erano trasformate in paraocchi. Un abbandono che non è necessariamente la brusca interruzione di un rapporto filiale o amoroso, ma, piuttosto, quella ferita necessaria e mai completamente guarita, che si apre quando scegliamo di voltare le spalle al conosciuto, al rassicurante, per seguire il richiamo del selvaggio e del desiderio sopito.

Nasciamo e cresciamo per diventare brave bambine.

 

Sorridi alla zia, dai un bacino all’amico del nonno. 

Se dici le brutte parole nessuno ti vorrà sposare.

Fai la brava donnina e aiuta la mamma nei lavori di casa.

Vestiti da signorina, prenditi cura del tuo aspetto. Sii carina.

Ti ha toccato, dici? Ma sei sicura? Quello che dici è grave: ti sbagli, non parliamone più.

Fai silenzio. Non fare la zoccola. Non essere isterica.

Uno schiaffo? Cosa vuoi che sia, può capitare.
Sorridi. Non essere acida. Non rompere.

Stai al tuo posto.

Una cosa che mi ha sempre colpito dei cerchi di streghe è come, una volta passato l’imbarazzo della prima conoscenza, a poco a poco emergono invariabilmente le storie di violenza, di trauma e di abuso. Dapprima è un rivolo sottile e timido, poi la fiducia cresce, i cuori si aprono come rocce spaccate, e diventa un fiume che sembra senza inizio e senza fine.

Si sente la pressione degli anni di silenzio e di sorrisi forzati. La paura che, una volta ancora, venga intimato di stare zitte. L’amarezza generata da tutte le volte in cui lo scherno, il fastidio e la vergogna di ci hanno insegnato a tacere.

Mentre le parole escono e rompono ogni diga, si può leggere sui volti l’imbarazzo e la paura del giudizio “Perché ho lasciato che mi accadesse questo? Perché non ho reagito? Perché mi sono lasciata schiacciare?”, poi lo sguardo si alza e nello sguardo di chi ci osserva si legge il riconoscimento “Ti ascolto. Ti vedo. La tua storia è anche la mia”.

 

Esiste un motivo per cui la stregoneria è spesso l’Arte degli Ultimi, e l’Aradia di Leland con il suo “potere di legare l’anima dell’oppressore” nasconde qualcosa di più di un entusiasmo socialista e anarchico.

Nella pratica della stregoneria, più che in altri percorsi esoterici, la chiave consiste nel reclamare il potere negato. Nell’abbandonare la tentazione di immaginare segreti occulti nascosti in un tomo leggendario e introvabile, di attendere il maestro che ci mostri la via, di guardare lontano e sognare una magia che non vive nel nostro presente. 

La chiave della stregoneria è riconoscere il potere là dove è sempre stato: nel terriccio sotto i nostri piedi, nel veleno di una vespa. Dentro di noi.[1]



[1]E, prima che qualcuno lo pensi: no. Questo non significa che fare quello che “ci si sente” e parlare alle margherite nei campi sia stregoneria, o che lo studio sia inutile. Significa solo che fintanto che pensi di avere bisogno di un libro o di un maestro che ti mostri la strada non puoi praticare la stregoneria.

Per le donne, questo implica sempre reclamare il potere negato da millenni di oppressione: il potere che è sempre stato lì.

È stato lì mentre venivamo vendute e barattate come merce, mentre le continue gravidanze ci portavano a una morte prematura. Era lì durante gli stupri di guerra e le mutilazioni genitali, i roghi e le lapidazioni. È rimasto con noi nonostante i “Non è cosa per te” e i “Te la sei cercata”.

Un passaggio difficile ma necessario per recuperare questo potere è mandare tutti a fare in culo.

 

Fanculo le aspettative sociali, gli schemi pensati per costringerci ad essere vive nel modo “giusto”.

Fanculo il padre, lo zio, il conoscente che ci hanno convinte che il nostro corpo è sporco e sbagliato.

Fanculo la religione che ci vuole sottomesse e sorridenti.

Fanculo chi vuole negarci il diritto a decidere di noi stesse.

Fanculo chi vuole controllare la nostra sessualità.

Fanculo l’essere graziose decorazioni.

Fanculo chi ritiene che dovremmo esistere solo per soddisfare i suoi bisogni.

Fanculo il passante in metropolitana che vuole umiliarci facendoci sentire pezzi di carne.

Fanculo una magia che pensa di darmi potere rinchiudendomi nella vecchia gabbia di sempre.

Fanculo la parte di me che pensa che io non sia abbastanza.

Non si tratta della ribellione narcisista e adolescenziale di chi rifiuta ogni responsabilità, ma, al contrario, della consapevolezza di chi si spoglia delle scuse e dei condizionamenti, e prende la piena responsabilità delle proprie scelte, di chi rivendica le conseguenze delle proprie azioni.

Quando ci troviamo al bivio e dobbiamo scegliere se rimanere creature addomesticate o se risvegliare le bestie selvatiche che siamo, è necessario sapere che se camminiamo verso i boschi non troveremo più caverne abbastanza profonde per nasconderci a noi stesse.

 

Fanculo anche questo. La vita è troppo breve per nascondersi.

 

A tutte le rocce che si stanno spaccando in due, a tutte le donne che stanno reclamando il potere delle loro antenate, a tutte le streghe che pensano che l’approvazione e la sicurezza non valgano il prezzo di una vita passata a nascondersi: vi vedo. Siete bellissime.

Giulia Turolla, 20/09/2019