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Vietato l'accesso agli Spiriti

Possono dei praticanti di magia avere paura della presenza degli spiriti?

 

Una costante che ho osservato in quasi vent’anni di partecipazione a riti e celebrazioni (il tempo passa!), è come la quasi totalità delle persone che si approcciano a percorsi che includono la pratica della magia, della stregoneria e dello sciamanismo, entrino in uno stato di panico non appena si trovano nella posizione di percepire la presenza autentica di un qualche tipo di entità, se non di assistere a una vera e propria manifestazione che coinvolga non solo i sensi sottili, ma anche quelli ordinari.

 

Uno strumento essenziale per le prime evocazioni.
Uno strumento essenziale per le prime evocazioni.

Che questo disagio venga esplicitamente riconosciuto ed esplicitato, o che venga nascosto dietro a un atteggiamento esageratamente spavaldo, l’esito è il medesimo: quando avviene una manifestazione reale e concretamente percepibile, tutti rischiano l’incolumità della propria biancheria intima.

Questo è fonte di continua ilarità nel cosiddetto “mondo esoterico”, con un’ironia tagliente che è spesso rivolta verso sé stessi (il famoso “Ho passato tre ore a evocarlo, e quando si è fatto vivo l’ho immediatamente bandito. Sono un idiota”) e, altrettanto spesso, è alle spese di yuppie rampanti che decantano le proprie abilità sovrannaturali e narrano di improbabili imprese magiche, per poi mollare tutto e darsi al peggior fanatismo religioso quando le prime avvisaglie di una manifestazione aprono voragini nella loro zona di comfort [Sto guardando te, Doreen Virtue].

 

Ovviamente è possibile anche praticare per una vita intera senza mai trovarsi nella posizione di sperimentare sulla propria pelle un’esperienza di questo tipo, in particolar modo se la pratica viene vissuta come un superficiale orpello estetico, o rappresenta un modo come un altro di proclamare (e creare al tempo stesso) la propria identità, di distinguersi dalla massa. Tuttavia, se affrontiamo veramente il lavoro, se viviamo il percorso nella sua interezza e ci lasciamo rapire dalla meraviglia, invece che cercare di trafugarla… in questo caso è altamente probabile che prima o poi ci si trovi ad affrontare questa circostanza.

 

Per quale motivo un evento che, per un praticante, dovrebbe essere causa di celebrazione e entusiasmo, genera tanto panico?

Se è lui quello che ci attende, ce ne faremo una ragione.
Se è lui quello che ci attende, ce ne faremo una ragione.

La risposta, come una medaglia, ha due facce: da una parte il condizionamento culturale, dall’altra l’istinto atavico.

Tutti noi, nati e cresciuti in una cultura occidentale e influenzata dal monoteismo abramitico, subiamo fin dalla tenera età il peso delle propaganda negativa legata alle manifestazioni del mondo spirituale: la strega è cattiva è andrà all’inferno, il mago ha venduto l’anima al demonio e farà una brutta fine, i ragazzini che usano la tavola Ouija saranno posseduti da un demone sanguinario, gli spiriti dei defunti tornano nel nostro mondo per ossessionarci o saltare fuori dai pozzi con una pettinatura discutibile, e via di questo passo… 
Il messaggio che ci viene proposto fino allo sfinimento, è che la magia è qualcosa di oscuro, di non-naturale, e che la sua pratica porta a una fine infausta in questa vita, o nella prossima.

 

Possiamo pensare di esserci affrancati completamente da questo condizionamento, ma potete stare certi che alla prima manifestazione, una piccola parte della vostra coscienza comincerà a tremare, e a sussurrare storie di dannazione eterna e di possessioni malvage nella parte più buia e dimenticata del vostro inconscio.

Non c’è soluzione. Fino a che vivrete non potrete mai liberarvi completamente di questo scomodo inquilino, che è parte della nostra ombra collettiva. Quello che potete fare è prenderne coscienza ogni volta, tendere una mano nel buio delle vostre paure irrazionali e invitarlo a rilassarsi, a bersi una birra con voi e a godersi i fuochi d’artificio.

Quindi questo terrore, questa diffidenza, è completamente frutto della nostra educazione? 

No.

 

Ci dimentichiamo fin troppo spesso del fatto che, quando chiamiamo gli spiriti e le divinità, ci stiamo rivolgendo a qualcosa di essenzialmente alieno, di non-umano, qualcosa che vive e si muove in uno strato di realtà che non appartiene pienamente al mondo che conosciamo. Questo muove i nostri istinti più primordiali, quelli custoditi nel cervello rettile, e nel nostro corpo suona un allarme che dice “Qui sta succedendo qualcosa di strano”. Il nostro corpo si paralizza, il pensiero si cristallizza e ci sembra di respirare aria densa come melassa: la pelle è attraversata da brividi e sentiamo un vuoto glaciale aprirsi tra il petto e il ventre. 

 

Si tratta di un meccanismo di difesa primitivo e innato, che non può essere soppresso e che rappresenta un’utile risorsa per la nostra sopravvivenza.

Possiamo praticare da decenni e avere un rapporto solido e duraturo con una determinata entità, ma ogni volta che questa si manifesta, nel nostro corpo si scatenerà sempre questa reazione.

 

Il problema sorge quando, in assenza di esperienza o di una formazione adeguata, confondiamo questo istinto scatenato dalla presenza dell’”altro”, con la percezione di un’effettiva situazione di pericolo incombente, di un intento negativo ai nostri danni o di un’ambiente malsano. Di primo acchito le conseguenze di queste circostanze possono infatti sembrare simili, ed è solo con la pratica e l’esperienza che si può arrivare a distinguerle.

Non molto tempo addietro mi è capitato che una persona mi chiedesse di purificare l’ambiente durante un seminario, perché percepiva l’aria come troppo pesante.

E aveva ragione: l’aria ERA pesante.

Stavamo per giungere al culmine di un lungo lavoro di chiamata degli spiriti, e si poteva sentire la pressione della loro presenza, il calore di una stanza sovraffollata, la difficoltà a respirare a pieni polmoni senza che l’aria si coagulasse nel petto.

 

Una propaganda fondata sul benessere, sull’equilibrio, su immagini eteree di donne dalle lunghe vesti che danzano nel vento, ci ha convinti che praticare la magia debba sempre e comunque suscitare in noi un senso di totale appagamento e serenità, ma la realtà è che gran parte della pratica della magia consiste nell’imparare a convivere con il disagio [E, possibilmente, non con i disagiati].

Falling down the rabbit hole, by Megan Glc
Falling down the rabbit hole, by Megan Glc

Gran parte del lavoro consiste nell’imparare a sentirsi come una gallina che invita la volpe nel pollaio, per una partita a carte e una tazza di tè. Consiste nell’accogliere i brividi alla base del collo, nel tirare fuori la voce quando le nostre budella sembrano avere la consistenza di un budino e nel conoscersi intimamente e profondamente, per poter valutare e soppesare le proprie reazioni e sensazioni.

 

Gran parte del lavoro consiste nel guardare giù nella tana del Bianconiglio e decidere che, nonostante sia buia, misteriosa e faccia un po' paura, vale la pena di cercare un’avventura.

Giulia Turolla, 20/08/2019