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Sognare il Futuro

Nel film di animazione “Pom Poko”, i Tanuki, magici animali mutaforma del Folklore giapponese, dopo aver inutilmente lottato per cercare di arrestare la perdita del loro habitat naturale, prima di arrendersi e di accettare l’inevitabile scomparsa del mondo così come lo avevano conosciuto e, forse, anche della loro stessa specie, utilizzano le ultime riserve di magia per creare una grande illusione: per qualche istante le città e i panorami antropizzati e grigi, mutano in verdi colline, si riempiono di corsi d’acqua cristallina e animali selvatici di ogni tipo corrono liberi, di fronte agli sguardi stupefatti e colmi di meraviglia degli umani. Non è che un’illusione, una finzione. Eppure, questo commovente, disperato, atto d’addio è probabilmente il gesto più rivoluzionario che i Tanuki potessero compiere; scelgono di uscire dalla dinamica della lotta, dell’aggressione, della colpa, per poter essere solo silenziosi testimoni di un mondo ormai perduto: questo è quello che amiamo, dicono, questo è quello per cui abbiamo lottato e abbiamo perduto, questo è quello che avete distrutto.
Quelle immagini, però, non sono destinate a scomparire del tutto, ma a mettere radici negli animi di chi si è lasciato toccare da esse, dove creeranno la consapevolezza che un altro mondo è possibile, dove faranno sbocciare l’amore, il rispetto e il desiderio, dove prima regnava solo indifferenza: perché la manifestazione di una bellezza profonda e autentica, ha la capacità di penetrare anche i luoghi che fiumi di parole non possono scalfire e perché, in fondo, questa bellezza altro non è che lo svelarsi dell’immanenza del divino, che, in un’istante, ci porta ad acquisire una consapevolezza, ad un livello molto più profondo di quello razionale, del fatto che ciò che succede intorno a noi, succede anche dentro di noi.

 

Guardiamoci intorno. È chiaro che il mondo, così come lo abbiamo conosciuto, stia morendo. È iniziata la sesta estinzione di massa nella storia di questo pianeta; l’anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto livelli mai toccati in 3 milioni di anni; i fenomeni metereologici stanno cambiando non al ritmo di ere geologiche, o di secoli, ma di mere generazioni.
Probabilmente la vita sulla Terra continuerà, anche se non è dato sapere come, ma la nostra presenza è tutt’altro che scontata e noi, come cicale canterine, reduci da un’interminabile estate di bagordi spensierati, ci stiamo ora accorgendo che l’inverno si avvicina a grande velocità.

All’interno di questo scenario senza precedenti, dovremmo forse chiederci quale sia il ruolo dei paganesimi moderni.
Molti di noi sono arrivati a questi percorsi seguendo un irresistibile richiamo, un canto di sirena che risuonava nella nostra anima e ci parlava di un luogo che ci avrebbe fatto tornare a casa; ed è proprio così che ci siamo sentiti quando abbiamo scoperto che gli Dei sono vivi, che l’universo stesso è vivo e consapevole e che la magia è un potente canto d’amore che vive sottopelle in ogni forma di vita: abbiamo sentito un profondo senso di appartenenza. Per molti di noi la comunità pagana, pur con tutti i suoi difetti, è stato il luogo in cui abbiamo scoperto che un’altra realtà è possibile, che esiste un modo differente di vivere le nostre esistenze, e che quello era il modo che faceva per noi, che ci faceva sentire come se fossimo tornati a casa dopo una lunga assenza.

 

Personalmente, sono convinta che i nuovi paganesimi abbiano moltissimo da dare al mondo contemporaneo. Se è vero che i percorsi spirituali formano un caleidoscopio di forme e colori, in cui ciascun elemento porta un riflesso, una sfaccettatura della Verità (e mai quest’ultima, nella sua interezza, può essere attribuita a un’unica sorgente); è altresì vero che ci sono importanti messaggi, custoditi tra le innumerevoli pieghe delle nostre tradizioni, che il genere umano ha ignorato troppo a lungo, e di cui, ora, ha disperatamente bisogno.

Esiste qualcosa, al di là degli abiti fluenti, delle celebrazioni suggestive, del senso di appartenenza, del desiderio di sfuggire a una realtà sconfortante, percepita come priva di senso e di magia? Esiste qualcosa, al di là, e al di sotto, del desiderio di appartenenza e della superficie accattivante?
Abbiamo anche noi, come i Tanuki, un’immagine di bellezza da donare a questo mondo, un canto d’amore e di desiderio, una magia da intessere per mostrare la strada di un futuro migliore?

 

In fondo, come il mito di Pandora insegna, la speranza è sempre il primo passo da compiere per uscire dal buio; ma la speranza, per risvegliarsi, ha bisogno di un sogno, di un’ispirazione.

 

Uno dei punti fermi dei percorsi spirituali neopagani è l’assenza di proselitismo, in parte perché si rifiuta il concetto dell’esistenza di un’unica via per la salvezza, in parte perché molte tradizioni hanno carattere misterico e iniziatico e sono quindi, per definizione, precluse alle grandi masse.
Nel corso degli anni passati all’interno della mia tradizione, il Tempio di Ara, ho potuto toccare con mano come il percorso iniziatico e misterico, sia un’esperienza totalizzante, che non tutti possono, e vogliono, affrontare; ma, allo stesso tempo, sono convinta che il cuore degli insegnamenti di Ara, i suoi valori, custodiscano al loro interno una scintilla del fuoco sacro che dobbiamo risvegliare; che rappresentino una parte delle verità che il mondo ha bisogno di riscoprire e di ascoltare.

Si apre un paradosso, quindi, tra il bisogno di mantenere il significato di un percorso iniziatico, e l’altrettanto impellente necessità di fare sì che la trasformazione che cerchiamo avvenga, non solo dentro di noi, ma anche nella realtà attorno a noi; il desiderio di farsi agenti del cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Questo non dovrebbe spaventarci o paralizzarci in sterili polemiche, perché, come ben sappiamo, la magia si nutre dei paradossi.

 

Non lasciamo che il narcisismo imperante e il lato oscuro del movimento New Age, ci portino a chiuderci nei nostri piccoli recinti autoreferenziali, in cui ottenere un qualsivoglia titolo accattivante, un’iniziazione o potersi auto-proclamare la reincarnazione di qualcuno, rappresentano, assieme, lo scopo ultimo dei nostri sforzi e la fonte di infinite frustrazioni e di desolanti lotte intestine. Troviamo assieme il modo di aprire i cancelli dei nostri recinti e di lasciare che i nostri messaggi si intreccino e si diffondano, perché, se è vero che esisteranno sempre i venditori di fumo, e coloro che sono pronti ad acquistarne i pacchetti studiati appositamente per appagare i bisogni più sciocchi e superficiali, è anche vero che non si può amare ciò che non si conosce. Come gli uomini di fronte all’illusione creata dai Tanuki, ci sarà chi scuoterà la testa indifferente e tornerà a guardare il proprio ombelico, e chi si lascerà toccare e trasformare dalla bellezza.

 

Il modo per negoziare questo paradosso, per uscire dalle riserve che ci siamo creati (e che finiranno per soffocarci) e per portare ciò che siamo e quello che abbiamo da dire, nel mondo, senza, però, tradire le nostre radici, dobbiamo trovarlo assieme. Ed è un grande lavoro, che è già in corso nelle comunità pagane in diverse parti del mondo, ma che, nella nostra Italia, si sta facendo attendere.

 

Facciamo sì che il mondo si innamori della nostra illusione, e creiamo nuovi sogni. Sogni per cui lottare, che ci regalino la speranza di una realtà diversa, e risveglino le sorgenti dell’ispirazione collettiva. Questa è la più grande magia che possiamo compiere.

Giulia Turolla, marzo 2019.